In Biblioteca Universitaria: Mini-corsi di alfabetizzazione informatica per la ricerca

La Biblioteca Universitaria di Genova organizza, su richiesta, mini-corsi di alfabetizzazione informatica, rivolti a piccoli gruppi formati da un minimo di 3 ad un massimo di 8 utenti iscritti alla biblioteca e finalizzati all’apprendimento dell’ABC ‘tecnologico’ necessario per conoscere i sistemi bibliotecari e le possibilità di ricerca bibliografica forniti dalla rete.


Prossimo mini-corso:
a partire da martedì 8 novembre 2011

Date incontri: ogni martedì e giovedì

Orario: 15.00 – 17.00

Durata: 14 ore (7 incontri)

Sede: Aula didattica – Sala V, Sede di Via Balbi 3 (Piano 2°)

Esigenze specifiche prospettate dagli utenti verranno prese in esame.


AVVERTENZA:
IL CORSO È TOTALMENTE GRATUITO MA NON HA ALCUN VALORE FORMATIVO ‘UFFICIALE’. NON VERRÁ PERTANTO RILASCIATA ALCUNA ATTESTAZIONE avente VALORE LEGALE.


Accoglimento richieste e informazioni:

Vincenzo Landi, referente del mini-corso

vincenzo.landi@beniculturali.it

tel. 010.2546466

Censura in biblioteca

Avrete, immagino,  saputo  quanto accaduto al Direttore della Biblioteca Internazionale per ragazzi “Edmondo De Amicis” di Genova Francesco Langella.

Francesco, storico direttore della nota biblioteca nonchè presidente della Sezione Liguria dell’AIB (Associazione Italiana Biblioteche), è stato oggetto di un esposto alla magistratura per  “pubblicizzazione di materiale pornografico minorile, divulgazione di notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento di minori di anni 18“. Oggetto scatenante: l’iniziativa Due regine e due re, promossa dal Comitato Gay Pride ed ospitata lo scorso 16 maggio dalla De Amicis, rea di aver costruito una bibliografia volta a mettere in rilievo il ruolo della letteratura nello sviluppo dell’identità dei ragazzi, nel rispetto di diverse tipologie di amore ed affettività.

Attori delle surreali accuse alcuni esponenti politici di destra abbondantemente supportati da alcune testate locali, “Il Secolo XIX” in testa.

Mauro Guerrini, Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana Biblioteche, ha tempestivamente divulgato un appello in difesa del diritto delle biblioteche a documentare tutti gli aspetti della vita e a non essere sottoposte a censura.

Si è anche costituito su Facebook un apposito gruppo di sostegno all’appello,  in difesa di Francesco Langella e degli operatori della Biblioteca De Amicis, contro tutte le censure nelle biblioteche. Il gruppo ha raggiunto in pochissimi giorni 1.222 membri!

Inferno

In una scena del famoso film Inferno di Dario Argento un personaggio, interpretato da Eleora Giorgi, va in una biblioteca di Roma, piena di libri antichi: entra senza problemi di filtri, lettere di presentazione e simili, arriva in sala di lettura, dove i libri antichi sono addirittura a scaffale aperto. Altro che fruizione negata! Peccato che subito dopo il personaggio faccia una brutta fine proprio a causa del libro.

La scena si trova a circa 25 minuti dall’inizio del film, che comunque merita di vedere per intero

Sarei curioso di sapere se la biblioteca in cui è stata girata la scena è reale o è stata ricostruita in studio. Nel film si dice che si trova in Via dei Bagni. A Roma c’è una Via dei Bagni di Lucca, che è alla Magliana, ma da ciò che si vede in Google Maps sembra un luogo completamente diverso dal film.

Pubblicato il nuovo standard del W3C sull’accessibilità del web

L’11 dicembre 2008 è stato pubblicato il nuovo standard del W3C sull’accessibilità dei siti web, le Web Content Accessibility Guidelines (WCAG) 2.0.

Si tratta di uno standard che come ovvio interessa anche i siti web delle biblioteche, che sempre più non si limitano solo agli opac ma includono anche le biblioteche digitali e il punto di accesso ai servizi.

Potremmo discutere sia dei contenuti dello standard, sia anche prendere l’occasione per analizzare l’accessibilità dei siti delle biblioteche e anche di tutto il servizio bibliotecario.

La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma sospende la distribuzione pomeridiana

Riprendo dalla mailing list AIB-CUR la notizia che la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ha sospeso la distribuzione pomeridiana delle pubblicazioni per scarsità di personale, ed in particolare perché sono venuti a mancare i volontari del servizio civile (si veda l’avviso ufficiale riportato sul sito della biblioteca). Su AIB-CUR si è anche avviata una discussione sull’argomento, per ora non molto vivace forse anche per il periodo festivo.

Si tratta di una notizia veramente sconcertante: la biblioteca nazionale di un paese sviluppano riduce a metà giornata la distribuzione, con evidente danno gravissimo per gli studiosi (cosa devono fare quelle che possono andare in biblioteca solo al pomeriggio?), e tutto perché sono venuti a mancare i volontari del servizio civile, cioè dei soggetti che in un contesto del genere dovrebbero avere al più funzioni di supporto.

Com’è possibile che si sia arrivati a questo punto? Dove è mancato qualcosa? C’era qualche altra alternativa almeno per diminure l’impatto sugli utenti?

Attività culturali nelle biblioteche?

Una volta, specialmente negli anni ’70 e anche ’80 (periodo post 68) c’era il mito delle attività culturali nelle biblioteche, che avrebbero salvato le biblioteche da un triste destino di contenitori di libri polverosi per trasformarle in centri di animazione culturale e sociale veramente utili alla gente.

Oggi ci sono ancora tracce di questo mito, anche perché le attività culturali piacciono agli assessori come mezzo di propaganda per la loro immagine.

La mia idea è sempre stata che la biblioteca svolge la sua funzione sociale permettendo a tutti l’accesso ai documenti,ma qui mi chiedo che cosa ne pensano gli utenti. Fino a che punto interessa loro trovare nella biblioteca una molteplicità di attività culturali? Lo giudicano importante, indifferente, dannoso …

Vale ancora la pena usare la Dewey?

Mi chiedo sempre di più fino a che punto valga ancora la pena utilizzare la Classificazione Decimale Dewey.

Non che sia un sistema di indicizzazione che manca di pregi, anzi è un sistema raffinato, molto solido, gestito e aggiornato molto bene e anche relativamente semplice da imparare. Inoltre è molto conosciuto dal personale delle biblioteche, che per lo più continua a trovarlo valido soprattutto come supporto alla collocazione (qualcuno forse identifica ancora la Dewey con la collocazione).

Questi non sono aspetti da poco, ma ci sono anche gli aspetti negativi che potrebbero portare a concludere che il rapporto costi-benefici non è poi così favorevole.

Innanzitutto, il puro e semplice costo della pubblicazione è diventato preoccupante: la 12. edizione ridotta italiana un po’ di anni fa veniva venduta a 90.000 lire, mentre ora la 14. costa 140 euro. L’edizione originale inglese si trova su Amazon attorno ai 100 euro, che pure non è poco. Questa edizione poi, come strumento di indicizzazione, va bene solo per biblioteche generali piccole o medio-piccole (se si considera principalmente come strumento di collocazione l’uso può essere anche più ampio), negli altri casi bisognerebbe usare l’edizione integrale il cui costo è dell’ordine dei 600 euro.

Si tratta inoltre di un sistema proprietario, di cui detiene i diritti l’OCLC, e questo in tempi di licenze libere, open access e simili può avere il suo peso (e visto che l’OCLC è in USA può anche essere intepretato come una ulteriore espressione dell’imperialismo americano).

Ma soprattutto, quali sono i benefici per i servizi al pubblico? Come strumento di collocazione garantisce certo una disposizione sensata delle sezioni a scaffale aperto, ma ho l’impressione che il pubblico ne percepisca la struttura in modo molto vago e quindi la utilizzi ben poco per localizzare le pubblicazioni (forse se invece di 500 si scrivesse solo Scienza, invece di 510 solo Matematica e così via sarebbe la stessa cosa). Del resto, molte biblioteche la usano solo per alcune sezioni: ad esempio è pratica comune collocare la letteratura per ordine di autore, o le biografie per nome del biografato.

Come strumento di ricerca mi pare che la Dewey sia largamente sottoutilizzata, perché usare la notazione numerica per le ricerche è poco intuitivo anche il per il bibliotecario addestrato che, non potendo ricordare a memoria che un numero limitato di notazioni, dovrebbe continuamente ricorrere alle tavole per trovare la classe da ricerca.

Io stesso ho studiato molto la Dewey e la uso per classificare senza particolari difficoltà, ma molto raramente la uso per fare ricerche negli Opac, quindi figuriamoci cosa potrà fare il pubblico.

Per di più poi gli Opac la supportano in genere in modo molto limitato: permettono di fare ricerche per classe, o magari di vedere anche tutte le sottoclassi (a questo scopo basta il troncamento), ma non rappresentano la semantica della classificazione, per cui non si può – ad esempio – cercare tutte le classi a partire da 371.8 che usino la suddivisione comune -025, e quasi mai si può cercare un indice per soggetto alle classi.

Detto questo, mi piacerebbe che intervenissero non solo dei bibliotecari, ma anche dei lettori per dire qual è il loro rapporto con la Dewey: ne percepiscono l’esistenza? Se sì, la vedono come un aiuto, come una cosa neutra che se c’è va bene e se non c’è va bene lo stesso, o addirittura come un ostacolo.

E se la si abbandona, con che cosa la si può sostituire? Quali altri metodi di collocazione sarebbero appropriati? Quali desidererebbero i lettori? Una buona soggettazione potrebbe rendere nella pratica superflua la Dewey?

Gli orari delle biblioteche

Un bell’argomento su cui discutere sarebbero gli orari delle biblioteche.

Qui sono invitati particolarmente i lettori a dire la loro: gli orari che offrono attualmente le biblioteche che frequentano, o vorrebbero frequentare, sono adatti alle loro esigenze? Se non lo sono, come andrebbero modificati?

Ma anche i bibliotecari possono dire la loro. Ad esempio, come stabiliscono gli orari? Perché proprio quelli e non altri?

Il mito dello scarto

Che le biblioteche che non hanno specifici compiti di conservazione possano fare scarti è cosa ovvia che può stupire solo qualche giornalista, come ogni tanto succede.

Le risorse non sono infinite, specialmente in termini di spazio, e quindi ogni tanto può essere necessario eliminare libri di scarsa utilità per il servizio per sostituirli con altri di maggiore interesse (ovviamente a maggior ragione si eliminano libri rovinati). Naturalmente non si eliminano libri particolarmente rari, e quelli che si scartano, se sono ancora utilizzabili, si cerca di darli ad altre biblioteche, o se questo non è possibile di distribuirli al pubblico.

Fin qui lo scarto è semplicemente una operazione dettata da necessità puramente pratiche e contigenti, e se queste non ci fossero se ne potrebbe anche fare a meno.

Su questo però si è innestato un modo di pensare che sta tra il mito e l’ideologia, che viene anche diffuso con seminari e pubblicazioni, secondo il quale lo scarto sarebbe invece un elemento di sviluppo e qualificazione del servizio, che permetterebbe di migliorare la qualità collezioni eliminando materiale “scadente” per sostituirlo con altro “migliore”.

Continua a stupirmi che queste posizioni vengano prese sul serio. Basti pensare che un libro di contenuto antiquato può essere ricercato proprio per questo motivo, cioè per vedere come funzionavano i computer negli anni ’70 o com’era la medicina degli anni ’20: e infatti sulle bancarelle si trovano libri di questo genere, e a volte anche avvisi che avvertono che si cercano proprio libri così, e se le bancarelle li cercano è perché pensano di poterli vendere. Le persone interessate a quelle pubblicazioni quindi possono comprarsele se hanno i soldi, ma non trovarle nelle normali biblioteche pubbliche, che li avranno nel frattempo scartati! Certamente spesso non è il caso che una normale biblioteca di pubblica lettura si metta a comprare questi libri sul mercato antiquario, o che accetti grosse donazioni di libri di medicina degli anni ’20 che poi non ha il posto per sistemare, ma qui si parla di scartare ciò che in biblioteca comunque c’è già.

Mi pare evidente che un libro antiquato crea problemi in biblioteca se la sua presenza impedisce di aggiornare la raccolta con altri libri più aggiornati, non crea problemi in sé: chi non è interessato si limiterà a non consultarlo. Perché mai bisogna togliere il libro anche a chi è interessato?

Altre considerazioni vengono spontanee se si prende in esame un celebre metodo di valutazione delle collezioni, il metodo SR/SMUSI, di cui una precisa descrizione si può trovare su http://www.aib.it/aib/commiss/doc/scartial.htm
o su http://www.bibliotecheoggi.it/2001/20010206401.pdf.

Questo metodo si presta a facili critiche sia di principio che di ordine pratico. I criteri per la selezione del materiale da eliminare, a cui fa riferimento la sigla SMUSI, sono:

  • S = scorretto, informazione inattuale
  • M= mediocre, superficiale, ordinario
  • U = usato, deteriorato, di sgradevole presenza
  • S = superato
  • I = inappropriato, incoerente con la raccolta

Niente da obiettare per il deteriorato, e anche per l’incoerenza con la raccolata, valutazione che presenta una certa discrezionalità ma fa parte delle responsabilità del bibliotecario. Gli altri tre criteri però presuppongono una valutazione del contenuto che è impossibile in pratica, perché per farla il bibliotecario dovrebbe essere esperto di ogni materia, e quindi può portare a gravissimi errori, ed in linea di principio è al di fuori dei compiti del bibliotecario, perché dare giudizi sui libri tocca ai lettori e non a lui, quindi apre la strada ad ogni genere di arbitrii e censure.

Ma in ultima analisi mi sembra abbastanza facile capire che cosa c’è dietro questo lavorio teorico sullo scarto: una concezione gerarchica delle biblioteche che vede da una parte le biblioteche pubbliche ridotte a biblioteche di facile consumo per il popolo, limitate a servire alle ricerche più comuni e correnti, dall’altra (e qui si ritorna al tema della fruizione negata) le biblioteche per i dotti, che a questo punto saranno presumibilmente accessibili solo agli studiosi che ne sono degni in base alle lettere di presentazione che hanno e a come il bibliotecario valuterà i loro studi.

Evoluzione Opac

Ho visto che in ESBForum curato da Riccardo Ridi è stata pubblicata recentemente una tesi di laurea

I cataloghi elettronici delle biblioteche: tendenze evolutive degli OPAC di Lucia Tronchin.
Mi sembra molto interessante soprattutto il capitolo: 6. Opac 2.0

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