Biblioteche liguri, Internet e Web 2.0

Ecco un altro argomento di cui si potrebbe discutere: il rapporto delle biblioteche liguri con Internet e in particolare con il cosiddetto Web 2.0 e i suoi strumenti e risorse, a cominciare dal blog (ma la stessa nozione di Web 2.0 è stata messa in discussione e quindi potrebbe essere oggetto di dibattito).

Ad esempio: qual è la presenza delle biblioteche liguri su Internet? con quali mezzi? con quali difficoltà e successi? come è percepita dagli utenti, i quali naturalmente sono particolarmente incoraggiati ad intervenire?

8 Risposte

  1. Ho seguito il seminario “archivi e biblioteche ai tempi del Web 2.0″ e per me è stato molto interessante e pieno di informazioni utili. Vorrei dire qualcosa sul rapporto che dovrebbe esserci, a mio parere, tra la biblioteca fisica e la biblioteca virtuale. Con lo sviluppo delle tecnologie miglioreranno sempre di più le tecniche usate per la salvaguerdia e l’utilizzo dei beni culturali e sicuramente sarà sempre più esteso l’uso della biblioteca virtuale. Questo fatto, comunque, non può e non deve determinare una minore importanza o un minore utilizzo della biblioteca fisica. Sia la biblioteca virtuale sia quella reale devono essere in continuo sviluppo e l’utilizzo dell’una deve portare all’utilizzo e a un potenziamento dell’altra. La prima deve essere intesa soprattutto come uno strumento complementare veloce ed efficiente. Gli studenti devono essere sempre abituati sia alla lettura dei testi sul computer sia alla consultazione e la lettura, in biblioteca o a casa con libri in prestito, dei testi in carta stampata. Ogni biblioteca fisica, per diventare attiva e creativa, dovrebbe essere fornita di aule di incontro e di discussione e almeno di un laboratorio ad uso delle scuole e di organizzazioni culturali, dove gli studenti o i giovani interessati possano lavorare per preparare mostre e tesine su temi particolari, abituandosi a consultare sempre molte fonti. Fonti che possono essere fornite direttamente dalla biblioteca in cui si trovano o reperite per mezzo del computer anche da altre biblioteche sia italiane che internazionali per poter definire in modo rigoroso ed esauriente il tema scelto.
    In questo modo potranno diventare “scritte su carta” le fonti virtuali e quelle su carta potranno diventare virtuali per facilitarne la divulgazione e l’uso. E’ indispensabile questa interazione. Non si deve trascurare il fatto che le internet technologies hanno bisogno dell’energia elettrica per funzionare. Una Webfarm che contiene una grande quantità di server ha bisogno dell’energia elettrica non solo per fornire il servizio informatico ma anche per il ricambio dell’aria, per l’illuminazione, per la ventilazione necessaria alla dispersione del calore prodotto dall’effetto Joule in tutti i circuiti elettrici, per la climatizzazione dell’ambiente che deve essere sempre mantenuto a temperatura ed umidità costanti ecc.. ecc.. Tutto questo 24 ore su 24.
    Basta il malfunzionamento di uno qualunque di questi fattori o la rottura di qualche cavo elettrico o l’interruzione per qualsiasi altro motivo della fornitura di energia elettrica e …..ADDIO WEB e addio qualsiasi uso del computer. Se il lavoro, inoltre, non è stato salvato in modo adeguato in qualche memoria da archivio, potrebbe sparire tutto. Tutte le Webfarm, tuttavia, hanno dei generatori elettrici autonomi da usare nelle emergenze per ovviare per quanto possibile a tanti inconvenienti.
    L’altro grande problema è quello del lettore, non si può avere sempre a disposizione il lettore adatto a leggere l’elemento su cui è stata immagazzinata l’informazione e facilmente potrebbe non esistere più in commercio. Le memorie di massa, inoltre, che siano dischetti, CD,DVD o Pendrive ecc… si deteriorano dopo un certo numero di anni e c’è la necessità di un trasferimento continuo dell’informazione in elementi nuovi e sempre più aggiornati, altrimenti si perderà tutto.
    Per concludere, ottime sono le prospettive che ci offrono le internet technologies, ma facciamo in modo, da subito, di utilizzarle anche per potenziare e facilitare l’uso della biblioteca fisica perchè la carta scritta è e resterà, per ora, il modo più sicuro e duraturo di conservazione e di consultazione dell’informazione culturale.

  2. Penso che ormai l’idea che la digitalizzazione sia la soluzione definitiva, semplice ed economica per la conservazione non ce l’abbia quasi più nessuno, perché si capisce sempre meglio che il digitale ha un mucchio di problemi di conservazione in proprio. E questo non vale solo per le copie digitali, ma anche per i documenti nati digitali, ad esempio le foto realizzate con le fotocamere digitali.

    Il rapporto tra il digitale e la conservazione però non è univoco. Da una parte, il digitale non gestito non ha alcuna prospettiva di conservazione, quindi dal punto di vista dell’analisi del caso peggiore (un supporto abbandonato in un cassetto e ritrovato dopo 100 anni ..) è pessimo. D’altra parte però offre possibilità di duplicazione e conversione che con l’analogico non sono neppure immaginabili, ma che presuppongo una apposita organizzazione, e sono facilitate dalla produzione di oggetti digitali quanto più possibile atti alla conservazione, quindi arricchiti degli opportuni metadati, realizzati in formati pubblicamente documentati e privi di vincoli di brevetti o altro genere.

    Forse che quello che manca, in tanti che si mettono allegramente a digitalizzare (“adesso digitalizzo tutto e lo metto su Internet”) è proprio la consapevolezza della organizzazione che è necessaria per assicurare la conservazione del digitale a lungo termine.

  3. Credo che ciò che si vede in Internet, per rimanere in argomento, delle biblioteche liguri non sia molto e forse non è molto nemmeno il patrimonio digitale prodotto in Liguria.
    E questo fatto credo che possa essere per un verso negativo, ma per un altro positivo.
    Se infatti la scarsità di interventi di digitalizzazione del patrimonio possono denotare una mancanza di progettualità e di finanziamenti adeguati, d’altra parte essendo sempre più chiaro, come hanno ben delineato Eleonora e Beppe, che costruire il digitale è cosa seria e più complessa di quanto si è creduto finora, abbiamo l’opportunità di pensare bene sul da farsi.
    E qui si intrecciano, o meglio, si dovrebbero intrecciare i destini di quanto si è già fatto e si intende fare con il ruolo “politico” della Regione Liguria.
    Visto che abbiamo capito quanto complesse e dispendiose siano progettazione, fruizione e preservazione delle biblioteche digitali, è altrettanto chiaro che singole istituzioni non possono, ancorchè legate più o meno strettamente a Enti locali e Nazionali, intraprendere con serietà questo cammino se non in cooperazione.
    Tra l’altro quando parliamo di digitale, per quanto il bene libro sia quello più coinvolto, non possiamo limitarci ad esso e dobbiamo allargare la cooperazione a tutti gli altri beni culturali che producono collezioni digitali (archivi, musei, ecc.) …

  4. Riporto stralci dell’articolo su Repubblica del 13 Agosto 2008, un pò in ritardo direte ma ho avuto diversi problemi e ho dovuto trascurare il blog:
    ” La Ue mette la cultura online, torna il mito della Biblioteca”
    “la conoscenza senza frontiere avrà presto un nome e un luogo, o piuttosto un sito: <>. E’ su questo portale che a partire da Novembre ci si potrà collegare per scaricare gratuitamente libri di ogni tipo: romanzi, testi di storia o filosofia, riproduzioni di antichi manoscritti, testi religiosi..
    Un gigantesco archivio della cultura e della memoria dell’Europa, che metterà in rete oltre 90 istituzioni. Sarà aperto 24 ore su 24 per ricerche e studi.”
    E’ una notizia entusiasmante! Nel suo piccolo anche la Liguria dovrebbe in qualche modo contribuire.
    Le considerazioni che avevo fatto a marzo, come hanno ben inteso Beppe e Oriana, volevano soprattutto sottolineare il fatto che costruire il digitale è cosa seria e da non prendere con leggerezza, però non avevo la minima intenzione di frenare o limitare la realizzazione del digitale, tutt’altro.
    Il mio suggerimento principale era quello di trasformare in carta stampata ciò che era nato digitale (cosa che ora sta facendo anche Wikipedia)e trasformare in digitale ciò che era nato stampato.
    Come dice Oriana per intraprendere con serietà il cammino della digitalizzazione occorre cooperazione. Mi sembra di aver letto che diversi Comuni abbiano già messo online una buona parte del patrimonio culturale della propria biblioteca.
    Biblioteche, archivi, musei, Enti locali e nazionali e istituzioni scolastiche dovrebbero cooperare per realizzare un progetto serio di digitalizzazione. Sarebbe auspicabile un collegamento con le 90 istituzioni di cui parla l’articolo e magari potrebbero essere utilizzati i finanziamenti europei.
    Credo sia molto importante coinvolgere insegnanti e studenti non solo universitari ma anche quelli delle scuole medie superiori ed inferiori. Per cominciare, penso sia sempre meglio partire dalle esigenze delle scuole.

  5. Ripeto perchè non risulta il sito:
    “La conoscenza senza frontiere avrà presto un nome e un luogo, o piuttosto un sito:

  6. In effetti mi piacerebbe sapere se il sito del quale si parla è diverso dal progetto Minerva (http://www.michael-culture.org/it/home).
    A Minerva partecipano anche biblioteche e istituzioni culturali liguri.
    A questo proposito raccomando l’incontro del 31 ottobre al Festival della Scienza: “Tecnologie avanzate per la valorizzazione dei beni culturali
    Il progetto Michael in Liguria” (http://www.festivalscienza.it/it/programma/evento.php?id=711).

  7. Ora il sito Europeana.eu (“think culture”) – al quale mi sembra si riferisse la segnalazione di Eleonora – ha anche un logo ed una data precisa di attivazione: il 20 novembre:

    “Europeana.eu will go live on the 20th November. It will have a new site design and the logo shown here. …”

    IN:
    http://www.europeana.eu/newsletter/2008/october/

    All’interno:

    “Never before has it been possible to search across such a range of digital formats from different types of institutions across the borders of Europe. The next step is to scale the prototype up to a full service and make at least 6 million objects available by 2010.”.

    Rileggendo le considerazioni di Eleonora al 17 marzo, ho l’impressione che ipotizzare la “conservazione” del digitale sia in molti casi fuorviante e utopistico.

    Fuorviante in primo luogo perché spesso – in campo culturale – si tratta di copie di materiale “non digitale”, in tal caso occorrerà concentrarsi sulla conservazione dell’originale, rispetto al quale la copia digitale è solo uno strumento “promozionale”.
    Voglio dire che spesso tali “copie” hanno la funzione di facilitare la diffusione, far conoscere e promuovere gli originali dandone “un’immagine”, ossia un aspetto parziale della loro realtà (come la foto per un dipinto o un monumento, il testo per un libro, ecc.). Non si vede quindi perché si dovrebbero investire risorse (in casi come questo nazionali o europee), che inevitabilmente vengono sottratte allo stesso budget che prima si occupava esclusivamente della “cura” degli originali, per fornire una copia ulteriore rispetto alla copia virtuale della realtà già mesasa a disposizione dal produttore delle pagine web.
    Sarebbe come voler creare un archivio delle fotocopie dei libri rilasciate dalle biblioteche partendo dal presupposto che la maggior facilità con cui circolano le fotocopie induca delle inflenze nella diffusione delle idee e della cultura nella società di cui si vuole “conservare” testimonianza…

    In gran parte ritengo che lo stesso valga per le opere nate in versione esclusivamente digitale, a meno che a posteriori si dimostrino di così decisiva diffusione ed influenza nella società contemporanea da ritenere siano divenute “testimonianza” di una parte della nostra stessa cultura, di cui non si voglia rischiare di perdere le origini.

    Ma qui probabilmente ci si scontra con l’aspetto “utopistico” relativo ai costi, alle risorse, ai tempi necessari per (individuare e) “copiare” tutte le pagini del mondo virtuale del web o anche solo le sue parti “originali” rispetto al mondo reale (e forse alla fine si torna alle stesse incertezze e soluzioni pratiche del bibliotecario che nell’acquistare nuove opere, non potendo acquistare tutto ciò che si pubblica deve scegliere, ma che nel farlo non dovrebbe preferire una impostazione culturale rispetto ad altre, ma offrire un ventaglio di posizioni ed analisi sull’argomento trattato in quelle opere…).

    Altra prospettiva e altre problematiche, altri budget, tempi di realizzazione e ritorno sono quelli di progetti che partano dalla consapevolezza che – in campo culturale – la copia digitale ha scopo di valorizzazione e di promozione degli originali e degli istituti dedicati alla custodia-per-la-fruizione di questi.
    Cosa “scegliere”, cosa inserire nelle banche digitali?
    Le copie uniche (per i libri) o in precario stato di conservazione perché ormai escluse dalla fruizione reale (in attesa dei progressi delle tecniche di restauro)?
    Le copie dei beni pacificamente riconciute come testimonianze della evoluzione culturale della civiltà e dell’arte? O all’oppposto le copie di ciò che si conserva ma che è stato “dimenticato”, nel senso che non viene richiesto o cercato dagli utenti che frequentano i rispettivi istituti culturali? (es i libri non letti da oltre 1 anno, le sculture nei magazzini dei musei, non ancora esposti, ecc…).

    Ma soprattutto, come collegare il momento della conoscenza dell’esistenza di un bene culturale tramite la diffusione a livello globale della copia digitale, alla realizzazione “locale” della fruizione piena dell’originale?

    • Realizzare copie digitali degli originali (che non sono assolutamente equivalenti alle fotocopie, ma permettono una fruizione di livello ben superiore) è comunque una operazione che comporta del lavoro e dei costi, quindi è perfettamente sensato porsi il problema di conservare questi materiali, per evitare che periodicamente diventino inaccessibili e si debbano rifare da capo, con gravi interruzioni del servizio agli utenti.

      Per quanto riguarda il materiale nativamente digitale, non vedo quale differenza ci sia, in linea di principio, con tutto l’altro materiale documentario, quindi l’atteggiamento fondamentale dovrebbe essere quello di conservarlo tutto, o almeno provarci.

      Molto più interessante il problema delle politiche di digitalizzazione: in omaggio al principio della neutralità delle biblioteche, ho sempre pensato che si dovrebbe digitalizzare, almeno idealmente, tutto, in modo da dare uguali possibilità di accesso a tutto il materiale. Dovendo scegliere, l’idea di privilegiare le cose meno conosciute è certamente di grande suggestione. E’ vero che a documentare l’esistenza di questi documenti ci sono anche i cataloghi, ma mi sembra certamente verosimile che una disponibilità più immediata anche del documento in versione digitale possa quanto meno stimolare alla fruizione.

      Sull’ultimo punto richiamato da Dino, la risposta mi sembra molto semplice: bisogna che le biblioteche assicurino davvero un accesso pubblico a tutte le raccolte.

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