Evoluzione Opac

Ho visto che in ESBForum curato da Riccardo Ridi è stata pubblicata recentemente una tesi di laurea

I cataloghi elettronici delle biblioteche: tendenze evolutive degli OPAC di Lucia Tronchin.
Mi sembra molto interessante soprattutto il capitolo: 6. Opac 2.0

3 Risposte

  1. Cari bibliotecari/e, nonchè lettori e lettrici, auguri pasquali, e la raccomandazione di non perdersi questo video su You Tube. http://www.youtube.com/watch?v=SNPHYIbx908#
    Tag= library electric dance
    Ciao! ;-))

  2. Assurdamente carino il video che ci ha proposto deffe. Niente uomini,come al solito.

    Segnalo che ieri 27 marzo su “Il Manifesto” (p.13) sono stati pubblicati alcuni articoli molto interessanti su Web 2.0.
    In particolare mi è parso assai stimolante l’articolo di Nicola Bruno ‘Le promesse mancate del web 2.0 Per una critica della rete partecipativa’ (http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/27-Marzo-2008/art47.html)

    In particolare mi sembra degna di riflessione la seguente questione: “[…] dietro a tanti servizi di seconda generazione troviamo una nuova ideologia di mercato che sfrutta il lavoro volontario di tanti utenti e, in fin dei conti, sta rendendo milionari solo una manciata di imprenditori”.

    Sicuramente è problema che riguarda meno le biblioteche e gli Opac “arricchiti” con tecnologie Web 2.0, ma non è faccenda da sottovalutare.
    Cosa ne pensate?

  3. Articolo stimolante, anche se alcuni punti andrebbero maggiormente approfonditi.

    In realtà, la base tecnologica del Web 2.0, incentrata sull’interoperabilità, i formati aperti e spesso anche il software libero, andrebbe nel senso opposto a quello del “sequestro” delle informazioni da parte degli imprenditori che gestiscono i servizi di tipo commerciale. Il problema allora sta nell’uso collettivo che di questi servizi fanno forse la maggior parte degli utenti, specialmente quelli che delle cose amano vedere i risultati immediati senza pensare a che cosa c’è dietro. Per esempio, qualcuno potrebbe credere di aver risolto tutti i problemi di gestione dei video mettendoli su YouTube, senza pensare che in questo modo si mette ciecamente nelle mani di un fornitore commerciale.

    Ma naturalmente ci sono altre possibilità. Per dire una cosa banale: per creare questo blog avremmo potuto prendere WordPress, che è un software libero, acquistare uno spazio da qualche servizio di hosting, installare il software e gestire il blog in modo autonomo dal servizio di WordPress.com.

    Più in generale, chi mette in rete dei contenuti dovrebbe sempre massimizzare la sua autonomia di gestione di questi contenuti, assicurandosene una disponibilità in formati e modalità indipendenti dal fornitore di servizi di volta in volta utilizzato (ad esempio, io metto i miei link su Connotea, ma faccio regolarmente un salvataggio nei vari formati che Connotea mette a disposizione, compreso MODS, così come periodicamente scarico in XML il contenuto di questo blog).

    La cultura bibliotecaria dovrebbe essere un buon antidoto verso gli usi superficiali del Web 2.0: un Opac potrebbe integrare dati provenienti da Amazon recuperati tramite i web services (ci sono le apposite API di Amazon), ma nessun bibliotecario sensato penserebbe di gestire un Opac solo recuperando contenuti da Amazon, anche solo per il fatto che se Amazon chiude l’Opac rimane a piedi.

    Così un opac bibliotecario, anziché essere semplicemente un sito in cui il pubblico consulta il catalogo, potrebbe configurarsi sempre più come un contenitore di dati, di carattere pubblico e non commerciale, basato su protocolli e formati liberi, e auspicabilmente anche su software libero, a disposizione di tutti coloro che li vogliono usare per creare altri servizi informativi.

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