Il mito dello scarto

Che le biblioteche che non hanno specifici compiti di conservazione possano fare scarti è cosa ovvia che può stupire solo qualche giornalista, come ogni tanto succede.

Le risorse non sono infinite, specialmente in termini di spazio, e quindi ogni tanto può essere necessario eliminare libri di scarsa utilità per il servizio per sostituirli con altri di maggiore interesse (ovviamente a maggior ragione si eliminano libri rovinati). Naturalmente non si eliminano libri particolarmente rari, e quelli che si scartano, se sono ancora utilizzabili, si cerca di darli ad altre biblioteche, o se questo non è possibile di distribuirli al pubblico.

Fin qui lo scarto è semplicemente una operazione dettata da necessità puramente pratiche e contigenti, e se queste non ci fossero se ne potrebbe anche fare a meno.

Su questo però si è innestato un modo di pensare che sta tra il mito e l’ideologia, che viene anche diffuso con seminari e pubblicazioni, secondo il quale lo scarto sarebbe invece un elemento di sviluppo e qualificazione del servizio, che permetterebbe di migliorare la qualità collezioni eliminando materiale “scadente” per sostituirlo con altro “migliore”.

Continua a stupirmi che queste posizioni vengano prese sul serio. Basti pensare che un libro di contenuto antiquato può essere ricercato proprio per questo motivo, cioè per vedere come funzionavano i computer negli anni ’70 o com’era la medicina degli anni ’20: e infatti sulle bancarelle si trovano libri di questo genere, e a volte anche avvisi che avvertono che si cercano proprio libri così, e se le bancarelle li cercano è perché pensano di poterli vendere. Le persone interessate a quelle pubblicazioni quindi possono comprarsele se hanno i soldi, ma non trovarle nelle normali biblioteche pubbliche, che li avranno nel frattempo scartati! Certamente spesso non è il caso che una normale biblioteca di pubblica lettura si metta a comprare questi libri sul mercato antiquario, o che accetti grosse donazioni di libri di medicina degli anni ’20 che poi non ha il posto per sistemare, ma qui si parla di scartare ciò che in biblioteca comunque c’è già.

Mi pare evidente che un libro antiquato crea problemi in biblioteca se la sua presenza impedisce di aggiornare la raccolta con altri libri più aggiornati, non crea problemi in sé: chi non è interessato si limiterà a non consultarlo. Perché mai bisogna togliere il libro anche a chi è interessato?

Altre considerazioni vengono spontanee se si prende in esame un celebre metodo di valutazione delle collezioni, il metodo SR/SMUSI, di cui una precisa descrizione si può trovare su http://www.aib.it/aib/commiss/doc/scartial.htm
o su http://www.bibliotecheoggi.it/2001/20010206401.pdf.

Questo metodo si presta a facili critiche sia di principio che di ordine pratico. I criteri per la selezione del materiale da eliminare, a cui fa riferimento la sigla SMUSI, sono:

  • S = scorretto, informazione inattuale
  • M= mediocre, superficiale, ordinario
  • U = usato, deteriorato, di sgradevole presenza
  • S = superato
  • I = inappropriato, incoerente con la raccolta

Niente da obiettare per il deteriorato, e anche per l’incoerenza con la raccolata, valutazione che presenta una certa discrezionalità ma fa parte delle responsabilità del bibliotecario. Gli altri tre criteri però presuppongono una valutazione del contenuto che è impossibile in pratica, perché per farla il bibliotecario dovrebbe essere esperto di ogni materia, e quindi può portare a gravissimi errori, ed in linea di principio è al di fuori dei compiti del bibliotecario, perché dare giudizi sui libri tocca ai lettori e non a lui, quindi apre la strada ad ogni genere di arbitrii e censure.

Ma in ultima analisi mi sembra abbastanza facile capire che cosa c’è dietro questo lavorio teorico sullo scarto: una concezione gerarchica delle biblioteche che vede da una parte le biblioteche pubbliche ridotte a biblioteche di facile consumo per il popolo, limitate a servire alle ricerche più comuni e correnti, dall’altra (e qui si ritorna al tema della fruizione negata) le biblioteche per i dotti, che a questo punto saranno presumibilmente accessibili solo agli studiosi che ne sono degni in base alle lettere di presentazione che hanno e a come il bibliotecario valuterà i loro studi.

4 Risposte

  1. […] Original post by beppe2 […]

  2. Trovo inteessante notare che anche quando si provi ad approfondire aspetti tecnici della pratica bibliotecaria (prima le modalità di accesso, poi la soggettazione, ora lo scarto) inevitabilmente si senta la necessità di ricostruirne l’idea di Biblioteca che li caratterizza e l’impatto che le contraddizioni delle diverse concezioni determinano. Evidentemente le più diffuse definizioni di “biblioteca” o “biblioteche”, si richiamano a qualche ingrediente “speciale”, e non sono “neutre” e “universali” come quella nel Codice dei Beni Culturali del 2004:

    “Articolo 101 – Istituti e luoghi della cultura
    2. Si intende per: … b) “biblioteca”, una struttura permanente che raccoglie e conserva un insieme organizzatodi libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne assicura la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio”

    Beppe ha qui evidenziato la concezione gerarchica dei “tipi” di biblioteche/utenti e l’idea riduttiva di “biblioteca pubblica” (terminologia utilizzata in maniera errata in tutti i manuali di biblioteconomia italiani) come “biblioteca di facile consumo”, intesa dalla biblioteconomia in termini paternalistici, se non dispregiativi per “il tipo di utente” a cui si vuole destinarle, ossia intesa come “di facile intelligenza”.
    I primi che dovrebbero contrastare questa assurda gerarchizzazione del loro/nostro mondo dovrebbero essere proprio i bibliotecari delle “biblioteche pubbliche”, riuniti sotto la stessa ed unica associazione nazionale (AIB) con gli altri bibliotecari ma rassegnati a restare l’ultimo gradino della gerarchia.
    Non mancano tra questi tentativi di rilanciare e “rivitalizzare” la vecchia idea di “biblioteca pubblica”, ma tutte mi sembrano partire da tre passi indietro, dalla incontestabilità dell’ordine gerarchico “dato”. Tra le tante due conseguenze di questo limite. L’assenza o sottovalutazione, alla base della gerarchia, del concetto di “tutela” per le collezioni contemporanee che presto sarà impossibile procurarsi in libreria perchè “fuori commercio” (U = usato, deteriorato). L’assenza o la sottovalutazione dei concetti di Servizio pubblico e promozione del libro ai vertici della gerarchia.

    L’effetto della concezioni gerarchica, che attraversa libro/collezioni/indici/biblioteche/utenti, è talmente limitante per le improbabili “biblioteche pubbliche o per tutti”, che sempre più “teorici” abbandonano il libro (quindi l’idea stessa di Biblioteca) e si affidano alle “contaminazioni”: la “biblioteca pubblica” come centro sociale, internet point, o fornitore di cd & dvd: tra poco immagino anche di videogiochi, musiche per ipod e suonerie di cellulari. Addirittura qualcuno ha rimproverato alla “biblioteca pubblica o di ente locale” di essersi fatta usurpare le “funzioni informative” dagli sportelli Urp comunali!
    Sono distorsioni necessitate, tentativi disperanti per “sopravvivere”, da parte di chi guarda lontano ma non vede le catene ai piedi che mantengono la “biblioteca pubblica” nell’ordine gerarchico nel quale è stata relegata.

    Un altro aspetto “tipico” richiamato da Beppe è il problema dello spazio. Anche per questo possono esserci molte concezioni.
    Non meno dannosa è infatti la sovrapposizione automatica tra “biblioteca pubblica” e quei luoghi (che addirittura in italiano non hanno un nome proprio ma che a rigore non rientrano neanche nella definizione “universale” di Biblioteca data del Codice) dove “non si custodiscono libri” ma si possono trovare gratuitamente “spazi”, muri, bagni, tavoli sedie e luci per leggere i propri libri personali accanto ad altri (“circoli”, “ostelli”, “aree di servizio pubblico” per la lettura?).
    Nelle biblioteche “contemporanee” questa è una funzione “naturale”, che potrebbe esaurirne gli scopi.
    Nelle biblioteche di conservazione – in teoria – è una “funzione impropria” che non contribuisce a descriverne “la tipicità”. Eppure, proprio perché la teoria insegna che le biblioteche di conservazione “devono” essere selettive ed inospitali, non devono essere Servizio per il pubblico, e proprio perché non è concepibile che il bibliotecario conservatore metta in pericolo la gerarchia con un’azione “sovversiva” di promuozione del Libro (“il lettore sia avvisato che in caso di evidente incapacità ad usare il catalogo a schede verrà espulso”), nella pratica molte di queste sareebbero vuote se sparissero l’insopportabile utente “improprio”, e il bibliotecario conservatore non saprebbe come fare a “riempire gli spazi” delle sale lettura con la manciata di “utenti dotti” “tipici” delle sale “riservate”: come potrebbe giustificare la sua continua richiesta di fondi e risorse?
    Detto questo, mancano in Italia le idee e gli spazi per far sì che i libri “degni di essere conservati” siano letti, mancano le grandi Biblioteche, se il metro fosse il numero dei posti per la lettura (poche novità recentissime nelle “biblioteche pubbliche” che però devono sottrarre agli spazi per la lettura quelli per le “contaminazioni”). Prevale la costosa ed inefficace polverizzazione delle sedi “storiche”: troppo spesso musei della lettura ideata con “spazi” per ospitare al massimo la famiglia allargata di un Principe; ma ognuna resta intoccabile perchè ha un proprio posto nell’immutabile “sistema” gerarchico, ha una sua storia: ancora oggi “tipica”, o “speciale”.

    ^^^

    (Gianna Del Bono, Via dalla pazza folla. Come cambia la fisionomia dell’utenza nella biblioteca degli anni Ottanta, in, “Biblioteche Oggi”, II, 5, 1984, pp. 27 – 40),

    “Di fronte alla necessità di fissare e di descrivere la figura dell’utente della biblioteca italiana si può anche avere un attimo di panico …
    Un ripensamento del proprio ruolo rispetto ad alcune categorie di pubblico potenziale … comunque non deve lasciare spazio ad equivoci dannosi o a suggestioni … mi riferisco alla concezione della biblioteca come “centro di animazione culturale” (o “centro polivalente” o “spazio di organizzazione culturale polivalente”…) … Già Cantimori aveva avvertito che una biblioteca, anche se di pubblica lettura, e quindi aperta alla totalità dei cittadini, non poteva essere né una succursale della scuola, né un caffé, e, di recente, Innocenti, … ribadisce:

    Il progetto di essa (biblioteca), che ha finalità culturali, si rivolge infatti a chi legge, ed emargina programmaticamente il non-leggente … perché la biblioteca deve dare ciò che ci si attende da lei, e non quel che ci si attende da quanto altri servizi sociali, che possono a loro volta collegarsi con l’animazione culturale, sono in grado di offrire”

    ^^^

  3. Giustissima l’osservazione sulla necessità di conservazione anche per le collezioni contemporanee, che se tutti buttano via tutto non avranno mai tempo di diventare antiche. Bisogna però aggiungere che non è che si possano addossare ad ogni singola biblioteca specifici compiti di conservazione a lungo termine, a parte la normale diligenza nella conservazione del materiale e l’accortezza di non fare scarti irrazionali.

    Una soluzione interessante potrebbe venire dalla cooperazione: si potrebbero costituire, nell’ambito dei sistemi bibliotecari o anche semplicemente in base ad accordi limitati a questo scopo, dei magazzini centralizzati in cui collocare le pubblicazioni superate o poco consultate, mantenendole a catalogo e fornendole quando qualcuno le richiede. Si tratta però di una soluzione poco praticata.

    Ma è interessante anche mettere in evidenza una situazione che si riscontra particolarmente nelle biblioteche pubbliche. In molte biblioteche pubbliche, specialmente dagli anni ’60-’70, proprio per non mettere barriere alla libera fruizione dei materiali, era stato previsto solo lo scaffale aperto, e nemmeno un metro quadro di magazzino, senza pensare che lo scaffale aperto è un’ottima cosa ma quanto meno richiede spazi adeguati, visto che questo tipo di collocazione ottimizza lo sfruttamento dello spazio molto meno quella a magazzino. Il risultato è che queste biblioteche finiscono per dover scartare più pubblicazioni proprio perché se non possono tenerle a scaffale aperto non hanno un magazzino in cui metterle, col rischio di cadere preda dell’ideologia dello scarto e quindi di legittimare la visione gerarchica delle biblioteca e le limitazioni all’accesso che ne conseguono: paradossalmente, proprio il contrario dell’intenzione di partenza.

  4. Un elemento di notevole importanza è anche l’art. 21 lett. d) del D.Lgs. 42/2004 (norma introdotta nel 2006), che prevede l’autorizzazione regionale per gli scarti effettuati dalle biblioteche, cosa in realtà noi abbiamo sempre chiesto ma ora è molto meglio fondata dal punto di vista giuridico.

    Può sembrare strano, ma anche nelle più piccole biblioteche si trova quasi immancabilmente qualcosa di raro da non scartare (ora con gli opac online è abbastanza facile verificarlo, anche se richiede tempo, una volta era quasi impossibile). Anche senza considerare chi avrebbe voluto scartare edizioni del 1843, una volta alla biblioteca di un piccolo paese della riviera non abbiamo dato l’autorizzazione per scartare un libro pubblicato a Londra nel 1943 che non figurava in alcun opac italiano, e ho trovato solo alla British Library, neppure alla Library of Congress.

    Per quanto riguarda poi i libri di cui autorizziamo lo scarto, diamo sempre indicazione di donarli ad altre biblioteche, se ce ne sono di interessate, o se questo non è possibile di distribuirli al pubblico, lasciando il macero solo come ultima opzione (ovviamente se si tratta di libri ancora utilizzabili).

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