Piano regionale cultura

Nella discussione sul Piano di valorizzazione culturale della Regione Liguria per la parte riguardante le biblioteche, formulo alcune osservazioni:

1) Figure professionali
Confermo l’utilità della approvazione di una deliberazione del Consiglio Regionale sulle figure professionali delle biblioteche e dei centri di documentazione.
Su formazione e figure professionali il piano regionale dice poco: manca anche l’atteso rinvio a un provvedimento successivo specifico, come ha fatto la Regione Lombardia.
Sul personale delle biblioteche si danno solo consigli agli enti locali con pochi vincoli reali rispetto alla L.R. 61/1978.

2) Regolamento regionale
Mi pare opportuno che sia approvato di un regolamento regionale in materia di biblioteche di ente locale o di interesse locale, in assenza di una legge sulle biblioteche e indipendente dai piani pluriennali, come già avviene per le biblioteche pubbliche statali.

3) Contributi e sistemi bibliotecari
Un’ipotesi condivisibile è di assegnare direttamente ai sistemi bibliotecari provinciali il finanziamento regionale per il potenziamento delle biblioteche dei Comuni al di sotto dei cinquemila abitanti affinché i sistemi procedano alla distribuzione dei contributi sulla base delle richieste e di criteri oggettivi sul funzionamento delle biblioteche (personale, stanziamento nel bilancio annuale, locali, orario di apertura settimanale, incremento delle raccolte). Laddove le Province non hanno istituito i sistemi la Regione eserciterà l’intervento direttamente secondo il principio di sussidiarietà, privilegiando comunque nell’assegnazione dei finanziamenti le Province con i sistemi.
Peraltro, questa procedura è già operante da molti anni nella Provincia della Spezia con ottimi risultati. In questo modo è salvaguardato un ruolo proprio dei sistemi rispetto agli altri servizi provinciali ed è garantito un contributo per le piccole biblioteche, prescindendo da altre attività culturali comunali.
Anche le biblioteche di enti non comunali potrebbero essere soggette a questa disciplina.

4) L’insistenza del piano regionale sul Codice dei beni culturali è eccessiva, in quanto il Codice è fondamentale per la tutela dei beni culturali, compresi i beni librari, ma per il resto con le biblioteche c’entra poco; si tace, invece, sul ruolo della biblioteca di ente locale come servizio di pubblica lettura, come faceva la L.R. 61/1978.

4 Risposte

  1. […] Original post by ebsbn […]

  2. Mi interesserebbero recenti studi ed analisi, riferiti alla realtà italiana ed elaborati a livello regionale o nazionale, circa la struttura dei costi ed i risparmi di costi possibili sia dimesionando adeguatamente le singole biblioteche e razionalizzandone le procedure interne, sia intervenendo sul’offerta complessiva di biblioteche, dal livello cittadino a quello regionale e nazionale. Il cosiddetto “sistema delle biblioteche”, inteso qui come l’insieme dell’offerta potenzialmente disponibile delle raccolte librarie relative ai diversi periodi storici (e non, come avviene di solito, in senso gerarchico…).

    Con l’occasione segnalo due “vecchi” brani che evidenziano alcune “disfunzioni di sistema” ancora oggi non affrontate.

    “Ritornò – fu l’ultima volta – in Italia nel 1869 …
    La Commissione d’inchiesta venne varata … e tra i suoi membri figurò anche il sen. Antonio Panizzi, il quale nel frattempo era già ritornato a Londra … In seguito, al preciso quesito posto dal ministro circa l’opportunità di optare per la costituzione di una sola grande Biblioteca Nazionale, sull’esempio di ogni grande nazione, oppure di “fare eccezione a questa regola generale”, la COMMISSIONE(metà DEI membri erano BIBLIOTECARI e un archivista) APPELLANDOSI AL “GENIO DEI POPOLI” concluse che l’Italia dovesse fare eccezione.
    Così gli italiani rifiutarono l’esperienza europea e con essa la lezione del Panizzi…”

    e

    “I bibliotecari di tutto il mondo si raduneranno a Roma il prossimo giugno… Chi scrive non riesce a soffocare in sé e a dissimulare agli altri certi dubbi… TROPPE BIBLIOTECHE dello stesso genere nella stessa città portano una doppia serie di inconvenienti: economici e di comodità di lavoro. Biblioteche TROPPO PICCOLE sono di altrettanto scarso rendimento quanto aziende troppo piccole, e per la medesima ragione: la relazione tra spese fisse e spese mobili diviene anormale, sfavorevole; una biblioteca, per quanto piccola, ha sempre bisogno di un direttore, per lo più di un altro impiegato scientifico, sempre di distributori e di portalibri, sempre di un custode che stia alla porta, di gente che faccia la pulizia. Tutti o quasi questi impiegati potrebbero essere risparmiati, se la biblioteca piccola si fondesse con una grande, o, in certi casi, fosse annessa ad una grande quale sezione speciale. Risparmiare personale è tanto più necessario ora che i direttori delle grandi biblioteche si dolgono di dovere per scarsezza di personale sospendere anche lavori urgenti, anzi necessari, .. mentre in biblioteche composte quasi unicamente di manoscritti il personale è sufficiente o quasi, SCARSEGGIA SOLO IL PUBBLICO. Poi coesistenza di biblioteche diverse nella stessa città importa necessariamente acquisto di DOPPIONI. …certi doppioni rimarranno sempre, finché le condizioni presenti durano, inevitabili. Una biblioteca di manoscritti ha bisogno di possedere essa certi testi, certe raccolte di documenti, certi manuali paleografici e diplomatici che non possono d’altro canto mancare in qualsiasi biblioteca grande..

    Postilla
    Nei 22 anni che sono trascorsi dalla pubblicazione di questo articolo la situazione delle biblioteche è piuttosto peggiorata… una BIBLIOTECA MINIMA, contro il parere della direttrice di una molto maggiore, e’ stata ricostituita indipendente, benché sia pochissimo frequentata, e per quanto la maggiore, amministrandola, potesse soddisfare esaurientemente e con pochissimi mezzi i bisogni dei DUE O TRE LETTORI GIORNALIERI; ma così una bibliotecaria e qualche impiegato hanno trovato un posto PIÙ INDIPENDENTE E MENO LABORIOSO, questo in un momento nel quale le biblioteche maggiori (tranne le romane) scarseggiano di personale.”

    (da Luigi Balsamo, Antonio Panizzi (1797 – 1879). Direttore del British Museum e Senatore del Regno d’Italia, “La Bibliofilia”, vol. LXXXI, (1979), pp. 169 – 188
    e
    Giorgio Pasquali, Pagine stravaganti di un filologo, Firenze, Le Lettere, 1994, vol. 1, [già, id., Biblioteche, “Civiltà moderna”, giugno – luglio 1929].
    Estratti più estesi sul mio piccolo blog)

  3. .. Aggiungo altri due “brani – tra quelli dimenticati” dalla recente biblioteconomia italina – che possono aiutare a focalizzare l’analisi che mi pare ancora oggi utile e necessario approfondire:

    Franco Balboni, 1975: “Chi volesse descrivere la situazione delle biblioteche in Italia, avrebbe certamente qualche difficoltà: non sarebbe, infatti, molto semplice riuscire a spiegare, poniamo, ad un inglese che, ad esempio, da noi le biblioteche “nazionali” sono otto, di cui due “centrali”; oppure che le dodici biblioteche universitarie non appartengono alle università ma addirittura ad un’altra amministrazione (oggi al ministero per i Beni Culturali e Ambientali) e che le università hanno loro biblioteche del tutto indipendenti da quelle … In realtà, le ragioni, i motivi storici e strutturali che hanno determinato la situazione presente, decisamente arretrata, dell’organizzazione bibliotecaria del nostro Paese, rivelano anch’essi i tratti tipici della nostra storia unitaria … Fino a tutto il secolo XVIII si può dire che le biblioteche in Italia abbiano svolto una loro funzione nella società: esse furono in grado, in generale, di rispondere a quella domanda di cultura. Nel secolo scorso, dopo l’Unità, la nuova classe dirigente non seppe affrontare il problema dell’organizzazione della cultura se non in termini approssimativi e vagamente retorici … La constatazione di uno stato così grave di inefficienza e di disordine non deve indurci al pessimismo, ma piuttosto si deve impedire che provvedimenti improvvisati o demagogici aggravino ancor di più la situazione. Negli ultimi anni si sono avute delle realizzazioni importanti (la “Bibliografia nazionale italiana” … la partecipazione a programmi internazionali di automazione dei processi di diffusione dell’informazione bibliografica), ma bisogna anche dire con chiarezza che queste imprese, che richiedono un notevole impegno organizzativo e tecnico, rischiano di naufragare (o di progredire troppo lentamente, perdendo gran parte della loro utilità e finendo con l’alterare un rapporto accettabile tra costi e servizio reso alla collettività) se non si procede ad una radicale e coraggiosa riforma del sistema bibliotecario …. Il governo e, per esso, il ministero per i Beni Culturali, che dovrebbe svolgere essenzialmente funzioni di indirizzo e coordinamento anziché “gestire” istituti, batte la via opposta”

    Luigi De Gregori, (1925 – 1957): “Per il numero delle sue biblioteche l’Italia tiene il quinto posto nel rango delle grandi potenze bibliotecarie. … Ma quando vediamo che con tutte queste biblioteche non c’è modo, da noi, di accontentare nessuno, neppure nelle maggiori città, neppure nella capitale, allora dobbiamo pensare piuttosto a trasformazioni, a sviluppi, e magari pure a soppressioni di biblioteche esistenti … Sappiamo che né la Francia, né l’Inghilterra, né la Prussia, né la Baviera, né tanti altri paesi di vecchia nazionalità … si trovarono mai di fronte al problema che a noi si parò dinnanzi inaspettato all’indomani della nostra raggiunta unità. Ma noi troppo semplicemente credemmo di risolverlo chiamando nazionali cinque biblioteche d’Italia (Firenze, Roma, Milano, Napoli, Palermo) e centrali le due prime, senza che nessuna avesse e potesse avere titoli di nazionalità maggiori delle altre, e dando assurdamente due centri alla Nazione che era diventata una. … Per le biblioteche il non fare significa disfare …..
    Mi permetta di rispondere subito qual è il mio parere sulla sistemazione di una grande Biblioteca centrale in Roma. … Con la Vittorio Emanuele e con la Casanatense si riunirebbero qui le Biblioteche minori della città. E come i numerosissimi “fondi” che i secoli hanno accumulati nella Vaticana (si pensi, per esempio, ai più recenti: al Barberiniano e al Chigiano, che costituivano intere biblioteche autonome) si adoperano ora in un unico edificio, dimenticando le architetture barocche e gli scaffali dorati in cui si erano formati quei “fondi”, così in questa immensa isola dei libri dovrebbero riunirsi, con poche eccezioni, tutto il patrimonio librario disperso per Roma in biblioteche più o meno inadoperabili e malsicure”

  4. Un altro aspetto organizzativo che mi piacerebbe approfondire, parlando di un Piano pluriennale per la valorizzazione della Cultura capace di superare la forte resistenza al cambiamento presente nell’ambiente delle biblioteche, è il sistema di valutazione della produttività.

    Ma qual’è il sistema più adatto alle biblioteche? Sono “serie e realistiche” le esperienze fatte negli ultimi anni nel settore Cultura? Esistono per le biblioteche procedure ed “indicatori affidabili e sperimentati”?

    Sull’argomento segnalo un articolo di attualità:

    “Una parte importante dei provvedimenti licenziati in questi giorni dal governo interviene nuovamente sul pubblico impiego. Molte misure proposte vanno nella giusta direzione.
    Innanzi tutto, vengono sottratte alla contrattazione collettiva e riportate nell’ambito della riserva di legge materie quali l’organizzazione degli uffici, le metodologie di valutazione del personale, i criteri generali in materia di progressione professionale (i concorsi interni). È una decisione positiva: è bene che il ruolo del datore di lavoro e del sindacato rimangano distinti…
    Molte tra le misure proposte riguardano la revisione dei sistemi di valutazione della produttività. Le amministrazioni saranno obbligate a predisporre ogni anno e a pubblicare su Internet gli indicatori di produttività che verranno utilizzati per misurare il rendimento del personale. La trasparenza, in questa materia, è importantissima: solo il controllo finale dei cittadini può garantire che il tutto non si trasformi, come è ampiamente successo in questi anni, in un esercizio autoreferenziale…

    Qualche dubbio sorge quando si vede che perdura l’idea di applicare in modo uniforme gli stessi principi a tutta la pubblica amministrazione … Un organismo centrale, presso il dipartimento della Funzione pubblica, avrà il compito di validare i sistemi di valutazione, indirizzare, coordinare e sovrintendere all’esercizio delle funzioni di valutazione, nonché di informare il ministro per l’Attuazione del programma sull’attività svolta. Un organismo che, secondo la proposta, sarà in grado di giudicare esperienze così difformi come quelle della scuola, della sanità, dei beni culturali, dell’Agenzia delle entrate, della polizia di stato, e così via: tutti campi in cui oggi, si badi bene, il più delle volte non disponiamo di indicatori affidabili e sperimentati).”

    IN:
    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000475.html

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